Solenne celebrazione eucaristica a chiusura dell’Anno Giubilare per il 150° anniversario di fondazione dell’Istituto delle Suore Immacolatine
(Genova – Chiesa di S. Maria del Prato, 15 ottobre 2026)
Omelia del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia
Reverenda Superiora Generale Madre Maria Cecilia Cordero,
care Suore dell’Immacolata,
cari fratelli e sorelle,
cari bambini, giovani, anziani,
oggi è un giorno di festa e, quindi, iniziamo con la parola: grazie!
Grazie al Signore per questi 150 anni. Grazie per sant’Agostino Roscelli. Grazie per tutte le Suore che hanno pregato, educato, servito e accompagnato tante persone in questo secolo e mezzo e che ora partecipano a questa celebrazione dal cielo.
E grazie anche a tutti voi, perché una Congregazione non vive solo attraverso le sue consacrate. Vive attraverso le persone che incontra, i bambini che educa, le famiglie che accompagna, attraverso chi soffre e trova una porta aperta.
Oggi non guardiamo solo al passato, ma anche al futuro. E la Parola di Dio, nel Vangelo, ci offre la strada: “Non preoccupatevi per la vostra vita” (Mt 6,25).
Sì, oggi Gesù ci dice: “Non preoccupatevi per la vostra vita”. Ci indica gli uccelli del cielo e i gigli del campo. Ciò non significa che non dovete sentire su di voi la responsabilità del momento presente, non facile per l’Istituto.
Significa qualcosa di diverso: non vivete come se tutto dipendesse da voi. C’è un Padre, c’è una Provvidenza.
E proprio queste parole del Vangelo aiutano a capire don Agostino Roscelli. Infatti, don Roscelli non comincia dicendo: “Adesso fondiamo una Congregazione”. No, inizia facendo il prete. E facendo il prete cerca innanzitutto la santità e poi si impegna con grande dedizione al ministero del confessionale. Il confessionale della consolazione: è lì che ascolta ed incontra le coscienze; avvicinando le persone chiamate da Dio, le aiuta a comprendere meglio quella voce.
Incontra persone in ricerca, persone che hanno sbagliato, persone che vogliono ricominciare e, tra esse, alcune giovani donne. Lì comprende che dietro ogni peccato c’è una persona, dietro ogni persona c’è una storia e dietro ogni storia c’è un figlio, una figlia, che Dio ama.
Succede, allora, qualcosa di decisivo: la carità che si esprime nell’esercizio del sacerdozio e che comincia a diventare opera. Il confessionale diventa attenzione, l’attenzione diventa educazione, l’educazione diventa servizio, il servizio diventa comunità. E la comunità diventa Istituto. Ecco il punto!
Le Suore dell’Immacolata nascono dal cuore sacerdotale di don Roscelli. Non nascono da un progetto sociale. Non nascono da un convegno, da un tavolo sinodale, da un’organizzazione. Nascono da un sacerdote che, incontrando le persone, si lascia interpellare dalle loro necessità ed indica loro Dio.
Questa è la sorgente e non solo non dobbiamo dimenticarlo ma dobbiamo sottolinearlo. Perché se mai si perdesse la sorgente, prima o poi si perderebbe la fecondità spirituale.
San Paolo (Rm 12,9-15) oggi dice: “La carità non sia ipocrita”. E poi aggiunge: “Gareggiate nello stimarvi a vicenda”. Parole che fanno la differenza e fanno di un Istituto una comunità. Paolo non dice soltanto: rispettatevi. Dice: gareggiate nello stimarvi! E ancora: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto».
Ecco la carità cristiana; non è soltanto fare qualcosa per qualcuno. È stare con qualcuno, è ascoltare, è accorgersi, è condividere. Quando una consorella è felice, siate felici con lei; quando una piange, non abbiate fretta di spiegar tutto; a volte basta stare accanto e dire: “Io sono qui”.
Questo è il cuore della carità di don Roscelli. Ecco perché il confessionale è così importante. Nel confessionale una persona poteva sentirsi dire: “La tua vita interessa a Dio. La tua anima gli appartiene. Tu Gli interessi”. Questa è la carità, non solo amicizia umana.
C’è una santità che si mette in cammino. Don Roscelli non è solo! L’Ottocento cristiano conobbe una straordinaria fioritura di santi sacerdoti che vennero incontro alle esigenze di una società che stava modernizzandosi a scapito delle classi sociali più esposte e più fragili.
A Torino ricordo don Giovanni Bosco, don Giuseppe Cafasso, don Benedetto Cottolengo e don Leonardo Murialdo. A Milano don Luigi Biraghi e don Giulio Ratti. A Venezia don Luigi Caburlotto, don Luca Passi e i Venerabili Servi di Dio Antonio e Marco Cavanis.
Uomini diversi, opere diverse, ma una stessa intuizione: guardare Cristo e, guardando Cristo, accorgersi dell’uomo e non viceversa. Non limitarsi a dire: “La situazione è difficile!”. Ma domandarsi: “Che cosa possiamo fare?”. Possiamo educare, accogliere, proteggere, formare, curare, accompagnare.
È la santità che esce dalla Chiesa e va incontro alla vita. Ed è dentro questa grande stagione di carità dell’Ottocento che troviamo anche don Agostino Roscelli. Un uomo semplice, un sacerdote umile, un uomo che non cercava di essere il centro di nulla. E proprio per questo, Dio ha potuto fare, attraverso di lui, qualcosa di grande.
C’è una frase delle sue prime Costituzioni che, oggi, merita di essere ascoltata con particolare attenzione. Parlando dell’origine dell’Istituto, Roscelli scrive che esso ebbe inizio a Genova il 15 ottobre 1876, quando alcune “povere figlie”, “coadiuvate dal povero sacerdote don Agostino Roscelli”, si radunarono per vivere insieme. Cogliamo tutta l’umiltà di queste parole. Non dice: “Io ho fondato”. Dice: “povere figlie” e “povero sacerdote”.
È il linguaggio di chi sa che l’opera è di Dio. E poi aggiunge: “attendere alla loro santificazione, e meglio cooperare alla santificazione dei loro prossimi”. Ecco cosa sta all’inizio dei 150 anni appena trascorsi! Non prima l’opera e poi la santità. Ma prima la santità, e dalla santità la carità. Non prima ciò che facciamo. Prima ciò che siamo resi da Dio.
Nelle Costituzioni del 1891 don Roscelli lo dirà ancora più chiaramente: lo scopo dell’Istituto è la santificazione dei suoi membri mediante le opere di carità verso il prossimo, “specialmente con la buona educazione e istruzione delle fanciulle di ogni condizione”.
Ecco perché educare non è mai stata per le Suore Immacolatine una semplice professione, ma una vocazione. Educare significa dire a una giovane: “tu hai un futuro”, “tu puoi valere”, “tu sei figlia di Dio”, “la tua vita può diventare qualcosa di bello, di santo”.
C’è un’altra frase di don Roscelli che sembra quasi essere stato un programma per questi 150 anni. Parlando della vita delle sue figlie, scriveva che essa deve essenzialmente consistere nell’ ”amare Iddio sommamente, amare il prossimo in Dio, amare insomma e servire, faticare e pregare, ed in tutto sempre obbedire ad imitazione di Gesù Cristo». È una regola di vita scritta in poche parole: amare, servire, faticare, pregare, obbedire. Il futuro dell’Istituto consiste nel guardare sempre il cuore del carisma roscelliano.
Care Suore dell’Immacolata, questi 150 anni non sono solo una storia da ricordare, ma una consegna per il futuro. Il futuro della Congregazione non dipenderà solo dai numeri, non solo dalle strutture, non solo dalle opere. Dipenderà da un fatto più semplice ed essenziale: se il cuore di Roscelli continuerà a vivere nel cuore delle sue figlie; se rimarrà l’umiltà, la povertà, l’obbedienza, la preghiera; se rimarrà la carità.
Vorrei infine ricordare come, al termine della sua vita, don Roscelli volle lasciare alle sue figlie questa consegna. Un uomo che aveva speso tutta la vita nel confessionale, nella preghiera, nell’educazione, nella carità, ormai vicino alla morte, non aveva da lasciare un patrimonio umano. Aveva da consegnare il cuore del Vangelo. Quasi a dire: non cercate voi stesse, cercate Dio e cercate la fedeltà. Non preoccupatevi di ciò che sarete capaci di fare. Preoccupatevi di rimanere unite a Cristo.
È questa la consegna che la sua vita lascia alla Congregazione: Dio al primo posto, Maria come modello, la preghiera come sorgente e la carità come misura concreta della fedeltà.
È una consegna straordinariamente attuale, perché il mondo non ha bisogno solo di opere cristiane. Ha bisogno di donne cristiane. Non soltanto di scuole cristiane. Ha bisogno di educatrici che amino davvero. Questo è ciò che don Roscelli lascia alle sue figlie. E questo, dopo 150 anni, è ancora nelle vostre mani.
Care Suore, 150 anni fa il Signore ha affidato un piccolo seme a un sacerdote povero e umile. Quel seme è diventato un albero. Siamo qui per chiedere: “Signore, fa’ che continui a dare frutto”.
Affidiamo, allora, tutto questo a Maria Immacolata e, dopo di Lei, ai patroni secondari dell’Istituto, san Giuseppe e santa Teresa d’Avila. La Vergine Immacolata insegni alle sue figlie a custodire il cuore e chiediamo a sant’Agostino Roscelli di insegnarci ancora ciò che aveva imparato nel confessionale della consolazione: guardare ogni persona come Dio la guarda.
E ricordiamo, infine, quello che ci ha detto Gesù nel Vangelo che oggi abbiamo ascoltato: “Il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno” (Mt 6,32).






