Suore dell'Immacolata

Amore di Gesu verso il Padre 5

 

AMORE DI GESÙ VERSO IL PADRE

(Confidenza in Lui)

Finora noi abbiamo meditato l’amore che Gesù Cristo portò al suo Divin Padre, considerandolo specialmente nei suoi effetti che sono: il sottometterGli l’intelletto per mezzo di un amoroso rispetto, e il sottometterGli la volontà con un’obbedienza pronta in tutte le cose. Ora è tempo che, elevando un po’ di più i nostri pensieri, cerchiamo, con la divina grazia, di considerare l’amore di Gesù un po’ da vicino, così da percepire, se fosse possibile, la vera natura delle più intime e più immediate operazioni.

Per aiutarci in così delicata ricerca, poiché abbiamo solo il linguaggio dei sensi, fissiamo il nostro sguardo su quella vivissima fiamma, vista nel Cuore di Gesù da S. Margherita Maria Alacoque.

Questa fiamma è, senza dubbio, il simbolo materiale del Suo amore; e questo simbolo spiega a meraviglia la natura di quello stesso amore. Osservate: la fiamma, mentre si riposa tranquillamente nella sua base e vi sta immobilmente attaccata, perché da ciò dipende tutta la sua esistenza, nella parte superiore essa si agita tutta e si dimena sollevando in alto la sua punta, né sembra che voglia darsi pace, finché non abbia acceso tutto quanto le sta intorno, e sia giunta a quel termine a cui sembra aspirare.

Perciò, è verissimo il dire che una tale fiamma sia, al tempo stesso, sommamente operosa e sommamente quieta, che essa sta e si muove, che produce il moto nella quiete, e che d’altra parte, non potrebbe sussistere, né senza moto, né senza quiete. Questa, se non mi sbaglio, è l’immagine più espressiva che si possa dare al vero amore.

Esso, infatti, è operoso e quieto; è operoso perché è tutto sollecitudine nel procurare la gloria dell’oggetto amato; è quieto perché trovando nell’oggetto amato il suo tutto, in esso ancora unicamente si riposa. Perciò «l’amante – dice l’imitazione di Cristo – vola, corre e si rallegra; è libero e non può essere frenato».

O mio Dio, se giungessi io pure ad essere simile a questo amante così fortunato, sarei molto più sollecito ed operoso per la tua gloria; non farei conto delle tribolazioni, anzi desidererei fare tutto il possibile, perché l’amore ritiene di essere capace di tutto.

Pur in mezzo a tanto incalzare di azioni, io godrei ugualmente la pace che supera ogni misura, la pace che il mondo non può dare, perché si trova solo nello stare, la povera creatura, unita amorosamente con Te, Signore, che sei il Creatore sovrano.

Ma noi, Sorelle mie, non potremo mai giungere a così grande perfezione d’amore, se non l’apprendiamo dal divino Maestro Gesù, che ne è la fonte perenne e l’esempio più luminoso.

Il Sacro Cuore di Gesù è propriamente il luogo dove questo ozio operoso e questa quieta operazione, si trovano mirabilmente accordate. Ivi l’amore gode, senza interruzione, l’unione più ineffabile col suo Amato: ecco la fiamma che posa nella sua base; ivi l’amore, senza riposo, Gli cerca nuovi amanti: ecco la fiamma che nella sua punta si agita e si distende.

Quantunque teologicamente non si possa dire che questi due aspetti dell’amore del nostro Gesù siano distinti, perché in Lui tutto è quiete di godimento e tutto è attività di azione; tuttavia, Gesù amorosissimo, concedici di meditare quanto l’amore Tuo verso il Padre fosse operoso nel procurarne la gloria, ardente nel desiderarne l’unione intima nell’orazione, quieto e beato per questa stessa unione di cui gode.

Dice bene S. Gregorio che l’amore di Dio non può stare ozioso, ma opera cose grandi dove esiste, e se rifiuta di agire, non è amore ma inganno. Di tale dottrina non aveva certamente bisogno il nostro divino Maestro Gesù Cristo, che afferma decisamente che, in tutte le azioni prodigiose che andava operando, non pretende nulla, eccetto la gloria del Suo divin Padre.

Poiché gli ebrei, calunniandoLo, Lo chiamavano indemoniato, Egli risponde: «Io non ho il demonio, ma onoro mio Padre; no, io non cerco la mia gloria; se io cercassi di onorare me stesso, in quanto uomo, la mia gloria sarebbe vana». O sentenza divina e molto efficace a sradicare dal nostro cuore quel maledetto amor proprio, per cui così sovente cerchiamo la nostra gloria invece che quella di Dio!

Vi è mai stata o può esservi al mondo gloria maggiore di quella che Gesù Cristo ebbe come uomo? Che cosa sono: i trionfi, il nome, la fama di tutti gli uomini insigni della terra se si paragonano con i trionfi, la fama, il nome di Gesù? Eppure Gesù, verità infallibile, assicura che tutta questa sua gloria sarebbe un nulla, se Egli se la fosse procurata per Se stesso, senza aver di mira il Padre Suo Celeste.

Che valore possono avere, Sorelle mie, quella fama e quegli applausi che noi, miseri, senza aver di mira la gloria di Dio, cerchiamo di procurare solo per avere la stima e l’approvazione degli uomini, i quali sovente ingannano e sovente sono ingannati?

Non sono forse un nulla questi uomini miserabili, dai quali desideriamo ardentemente le lodi e le approvazioni? Il loro plauso non è che un sibilo d’aria; che un suono il quale rumoreggia e più non è.

Solamente la gloria che ci viene da Dio non perisce mai, perché la gloria che Egli comparte è vera, e la verità di Dio dura in eterno. È per questo che Gesù Cristo, aspettando umilmente questa gloria dal Padre Suo, dopo la morte, non vuole nel frattempo attribuire nulla a Se stesso, ma riferisce tutta la gloria a Dio solo. «Padre, glorifica il Tuo nome» dice Gesù prima d’intraprendere la Sua passione; e se poco dopo, nel discorso dell’ultima cena, prega il Padre perché glorifichi il Figlio, aggiunge però che domanda questo unicamente, perché il Figlio possa, con la Sua morte, riparare l’onore del Padre. Per lo stesso motivo assicura i suoi discepoli che qualunque cosa avessero chiesto al Padre nel Suo nome, l’avrebbero ottenuta.

Per quale motivo? Perché il Padre venga glorificato nel Figlio.

O amore veramente delicato, che quasi dimentico di se stesso, anela solo alla gloria del grande Oggetto che ama! Finezze tali non si trovano che nel Cuore di Gesù. Non permettere mai, o mio Gesù, che io sia nel numero di quei superbi che, amando la gloria degli uomini, invece di quella di Dio, non possono credere in Te, perché cercano onori l’uno dall’altro. «No, o Signore, non a noi, ma al Tuo Santissimo Nome sia gloria».

Pensate, Sorelle mie, che Gesù non solo cerca la gloria del Padre Suo in Se stesso, ma anche in tutte le azioni che fa e in tutte le persone con cui tratta.

Qui bisognerebbe passare in rassegna tutta la vita del nostro buon Redentore per constatare, come è certissimo, che Egli non ha mai mosso un passo, o pronunciato una parola, o sofferto un travaglio, che non sia stato da Lui esplicitamente indirizzato alla gloria del Padre. Ma lascio tutto questo alla vostra meditazione.

Soffermiamoci su un fatto solo, che non abbiamo ancora toccato. Gesù, un giorno, entra nel Tempio di Gerusalemme e vi trova persone a vendere: chi buoi, chi pecore, chi colombe per sacrifici, e vi trova pure i trafficanti di valute. Quanto si sdegna a tale vista, e quale dispiacere ne prova! Già Davide aveva scritto di Lui che lo zelo della Casa di Dio lo avrebbe divorato. Gesù, formato un flagello di funicelle, caccia via tutti quei profanatori, rovescia i tavoli dei cambiavalute, disperde le monete, e ai venditori dice: «Portate via di qui queste cose e non vogliate fare della Casa di mio Padre una spelonca di ladri».

Se Gesù Cristo ha tanto a cuore che sia onorato il Padre Suo nel Tempio materiale, è facile dedurre quanto desideri che Lo sia nei templi vivi e spirituali delle nostre anime. Sono propriamente le anime nostre il tempio dove Dio vuole essere onorato in ispirito e verità; è qui, dove l’immagine di Dio, non dipinta su tela, non scolpita in marmo, ma viva e reale, viene da Lui stesso collocata come nel Luogo santo della Sua dimora.

Ma questa immagine, così santa e venerabile, veniva deturpata dal peccato nel momento stesso in cui veniva creata, e il demonio ne prendeva fin da allora il possesso, ne diventava il padrone, anzi il tiranno, esigendo per sé l’adorazione che a Dio solo era dovuta. Che fa pertanto Gesù? Non impugna il flagello per questo, ma Egli stesso si lascia flagellare, si lascia coronare di spine, insultare, schiaffeggiare; si lascia con tre chiodi forare mani e piedi, trapassare il costato con una lancia, e così, versando tutto il Suo sangue, forma un bagno salutare per tutte le anime colpevoli, per offrirle purificate, al Suo Divin Padre come ostie gradite ed accette.

Per questa mirabile redenzione, l’onore di Dio è pienamente riparato: un uomo Lo aveva offeso e un Uomo-Dio Gli dà riparazione; si era a Lui ribellato il figlio che aveva creato e Gli si sottomette il Figlio che ha generato dall’eternità.

Gesù, quale pietra angolare riunisce la terra al Cielo, e da questa terra, un tempo di maledizione, si avviano, a schiere a schiere, anime elette a cantare in Cielo per sempre le lodi del loro Creatore e del loro Liberatore. Dio stesso, sembra compiacersi del nuovo onore e, per bocca dei Suoi profeti, va ripetendo che dall’aurora al tramonto è grande la Sua lode fra tutte le genti, e che da ogni parte si sacrifica e si offre al Suo nome un’oblazione pura, di cui infinitamente si compiace.

Che bella gloria per Dio, Sorelle mie, che bella gloria! Gloria che sebbene nulla aggiunge a quella sostanziale ed eterna, di cui Dio, beato, gode in Se stesso, tuttavia ne fa conoscere e rivivere il Nome a tutte le nazioni. Che dolce consolazione per il Cuore di Gesù, che a così caro prezzo glie l’ha procurata!

Oh, se anch’io potessi, col perdere la mia povera vita, far conoscere ed amare questo grande Dio così degno di amore! Sì, riterrei per ben spesa la mia vita, mio Dio, anche se dovesse essere il prezzo di un’anima sola a Te conquistata. Troppe sono quelle che si perdono, Signore! Quanti pagani non Ti conoscono; quanti eretici non Ti vogliono conoscere; quanti cristiani non Ti amano, e così vanno tutti, per vie diverse ad irreparabile rovina!

Signore, se io posso riparare almeno in parte, eccomi pronto. Non temo insulti, non mi preoccupo dei disagi, non pavento la morte, purché mi conforti la Tua grazia. Ricompensa grandissima a qualsiasi mia pena, sarà per me l’avere in qualche modo contribuito a dilatare il Regno del Tuo amore.

Ma il fuoco, Sorelle mie, non solo è operoso, ma è anche quieto, perché sta sempre immobilmente fisso alla base da cui trae la sua esistenza; cioè all’Amore di cui il fuoco è simbolo. Come per colui che ama è naturale operare per l’amato, così è pure naturale per colui che ama il desiderio di stare unito all’amato, per goderne quietamente tutta la dolcezza. Se mancasse uno di questi due elementi, l’amore sarebbe falso e menzognero.

I Santi concordemente insegnano, che la quiete beata in cui trova il suo pascolo qui in terra il Divino Amore, è l’orazione. È per questo che Gesù Cristo, quantunque non avesse bisogno di orazione: né mentale (che è un’elevazione della mente a Dio), perché la Sua santissima anima vedeva sempre Dio intuitivamente e ne era beata; né vocale (che è una domanda di ciò che conviene) perché Egli stesso era quel Dio che avrebbe supplicato; tuttavia vuole, anche in questo, farsi nostro esemplare e si mostra, perciò, sempre molto desideroso di pregare e lo fa molto fervorosamente.

Per meglio pregare ci insegna a cercare, per l’orazione, luoghi solitari ed appartati dicendo: «Tu quando preghi, entra nel segreto della tua stanza ove sei solito riposare, e qui, chiusa la porta, prega in segreto il Padre Celeste; e il Padre tuo, che vede in quel segreto, ti concederà quanto domandi».

Ci insegna questo anche con l’esempio; infatti, nel Santo Vangelo, ogni qualvolta si parla della Sua orazione, quasi sempre Egli ci viene rappresentato solo: o nel deserto o sulla cima del monte o nel buio più fitto della notte. Non contento di ciò, ci dice che la nostra orazione deve essere confidente e costante: confidente, sorretta cioè dalla speranza di ottenere; infatti ci assicura Lui stesso: «Chiedete ed otterrete, cercate e troverete, picchiate e vi sarà aperto»; deve essere costante, perché, sebbene Iddio, per provare meglio la nostra fede e il nostro amore, ci faccia a volte, attendere lunghi anni una determinata grazia, se noi non cesseremo di chiederla, ci sarà sicuramente concessa. Sta tanto a cuore a Gesù che noi preghiamo, che ci mette, per così dire, in bocca le parole con cui dobbiamo pregare. «Quando voi dovete pregare – dice ai Suoi discepoli – dite così: Padre nostro che sei nei Cieli, sia santificato il Tuo nome, venga il Tuo Regno… ecc».

Noi felici, se sappiamo approfittare di così belle lezioni che ci dà la Sapienza incarnata! Noi fortunate, se ad esempio di Cristo faremo la nostra preghiera nel modo, nella forma, nel luogo da Lui insegnato, cioè nella solitudine, nel segreto, nel silenzio della nostra stanza o della chiesa, lontane da ogni frastuono umano, e se nella nostra orazione insisteremo principalmente nel domandare l’amore divino. Troveremo allora immancabilmente il nostro Dio.

Trovato Lui, non potremo fare a meno di unirci a Lui strettamente, perché in Lui solo troveremo quel bene per cui ci sentiamo intimamente felici di essere stati creati; quel bene vero che sazia e soddisfa; quel bene sommo che tutto assorbe ed esaurisce la nostra capacità di amare. Fortunato quel cuore che ha conseguito un tanto bene! Lo tenga ben stretto e non lo lasci sfuggire, se desidera pregustare, già qui sulla terra, i piaceri più puri che rendono beati i Santi del Paradiso; pregustare quella pace ineffabile che nessuno può comprendere se non chi la prova.

Per costui siano prospere o avverse le vicende della vita, sia egli amato o inviso, patisca o goda, tutto è per lui indifferente. Un solo desiderio, talvolta, lo assale e tanto lo stringe che basterebbe a farlo morire: il desiderio, cioè, di vedere svelato quel Volto che tanto lo innamora, anche sotto il velo della fede.

Ma questo stesso desiderio causa in lui uno stato d’animo così dolce, così spirituale, così puro che non vorrebbe cambiarlo con nessun’altra consolazione; ed è così rassegnato al volere di Colui che ama, che lo preferisce alla sua stessa volontà. Insomma: una piena conformità di pensieri e di affetti, uno stesso volere e non volere, un trovarsi, un intendersi, un rispondersi a vicenda, perfino nelle occupazioni più svariate della vita: ecco il vero beatissimo stato di un cuore unito strettamente al suo Dio, per amore.

Tale fu il Cuore di Gesù, in cui si trova sempre un amore ardente e costante anche in mezzo alle sofferenze più acerbe; una continua serenità e una vera beatitudine anche fra le più grandi tribolazioni. Né il viaggiare né il dormire né il cibarsi né il faticare poteva mai distogliere, per un solo momento, questo Cuore Divino dalla soave occupazione di amare.

Tale, Sorelle mie, deve essere pure il nostro cuore, se vogliamo imitare gli esempi che Gesù Cristo ci ha dato alla scuola del Suo divino amore. Dobbiamo, cioè, anche noi procurare di amare incessantemente Iddio, di stare sempre, per unione di affetto, uniti al nostro Padre Celeste, e non dobbiamo mai separarci da Lui con lo spegnere dentro di noi quel fuoco che Gesù venne a portare sulla terra e che tanto desidera vedere acceso in tutti i cuori.

Questo ci vuol dire il Divino Maestro, quando ci invita ad essere una cosa sola con Lui, come Lui è una cosa sola col Divino Suo Padre; per questo è venuto dal Cielo in terra; a questo fine ci ha svelato l’amante Suo Cuore, perché impariamo ad ardere di quelle purissime fiamme, le quali, consumando in noi ogni scoria di terra, ci rendono puri e immacolati, per giungere all’amplesso beatifico del nostro grande Iddio.

Sia questo, Sorelle mie, il frutto perenne della bella lezione che ci ha lasciato Gesù del Suo amore per il Padre e che noi abbiamo ora meditato. Amen.